L’altro sono io

Storia di:

Illustrazione originale di Lorenzo Lodovichi

Il cazzo. Che poi? Il cazzo. Il cazzo come cosa bella da toccare da leccare da sentire da infilare? E il proprio cazzo? Non bastava? Ce ne voleva un altro? Fosse il cazzo, fosse quello. Gli piaceva il cazzo? Il culo il corpo le cosce la pancia le spalle le gambe le mani i piedi la bava l’odore acre l’odore dolce i fluidi tutti i fluidi la lama dei denti la zigrinatura delle unghie la gomma delle orecchie insomma insomma insomma, era l’interezza del corpo. Gli avrebbe scopato cioè gli aveva scopato persino il bulbo oculare.

Della loro sessualità – così lontana dal sentimento così vicina all’emozione, così corpo, niente anima niente mai anima anima inesistente anima mia dove sei anima mia dove sei finita? – non era possibile constatarne altro che l’eclatanza. La loro presenza – la presenza di loro due in contatto, corpi fatti come fiammiferi accesi dentro una scatola satura di ossigeno – era come un caminetto mobile: sudore d’estate, gauche d’inverno. Non gli si poteva stare vicino senza sentirsi a disagio.

Sesso sì, eros cioè. Occasionalmente, allusioni pornografiche – lui aveva insistito una volta per gli specchi (specchi enormi, da parete e da soffitto); era scappata una vanitò qua è là; poi i comportamenti stereotipati da seghe tra bestie; ma ecco, ecco, ecco, ecco! Quella volta da dietro inginocchiato sul letto grande lui aveva iniziato a sentire così tanto – lui che agli albori diceva: ‘io non faccio suoni durante il sesso, non è eccitante’, e l’altro che sognava sognava sognava di farlo ululare guaire gorgheggiare un pavone, amore mio, fuori la coda, pavone pa vo ne pa vo ne – che aveva iniziato a cantare. Se n’era accorto? Era un canto senza parole senza pause, continuo. Una litania una filastrocca. La sua voce libera da tutto il naso, da tutti i polmoni, voce che nasceva dall’ombelico peloso e come un diffusore di essenze spruzzava bagnava. Quando lui veniva era come se l’altro – l’altro che sono io– fosse finalmente pronto a, e felice di, morire.

Non avevano non avevamo mai fatto l’amore. Forse una volta. Forse una volta – la volta che s’aveva da ricucire l’ennesimo litigio epico – quel tubo che per gli altri per le persone collega la pelvi al cuore aveva preso vita, in me, in lui. Entrambi avevamo coscienza che le riappacificazioni fossero sconfitte sottaciute, recite di saggezza e comprensività, compromessi inevitabili e necessari per poter restituire lo scettro al piacere, servi della sua dittatura.

Non avevamo fatto l’amore avevamo fatto il piacere. L’avevamo fatto al punto da allontanarcene completamente. Ma non lontani nel senso il dolore, chè il dolore, il dolore quello piccolo, è il piacere, è sempre lì, è tutta una rima tutto un gioco di parole – c’era stata una volta in cui per del doloretto fisico al buchetto lui aveva tirato su millantazioni di non consensualità, per poi aggiungere “mi piace quando dici che ti viene da vomitare da quanto te lo infilo in bocca fino in fondo” – perché sì, a me viene su il vomito, e a me non piace, non piace ma tu lo spingi e io lo prendo, perchè io ti prendo e perché io sbaglio. E perché io ti prendo, e perché io sbaglio?

Allontanarcene completamente. Lontani, lontanissimi. Da me, da lui? Plutone.
Lontani nel senso di: noia. La noia di aver raggiunto meccaniche – ma non i dervisci in trance, anzi: l’annichilamento delle sinapsi, corpi ridotti allo stremo che si sfregano si sfregano ancora per ora per ore per una goccia di?


Lontani nel senso di: terrore. Vedere il simbolico perso in un gioco senza più regole, inganno del tempo – tu la chiamavi: fantasia. Ricordo quando il divano era messo sul lato lungo in salotto, messo male. Io stavo parlando ma non per sedurti – stavo parlandoti per avvicinarmi, per dirti questo sono io – e tu hai iniziato a toccarti e io cosa avrei dovuto fare? “ce l’ho duro da un’ora, non so neanche come né perché”, ed ho sempre amato la tua innocenza, cioè la tua verità, cioè la tua follia.

Ero lì, tu ti toccavi, ed ero terrorizzato. Terrorizzato perché? I tuoi occhi come interruttori dell’elettricità, imperscrutabili. Nessuna traccia di sentimento. Se non avessi avuto il cazzo duro non avrei mai saputo leggere dal tuo corpo che tu fossi eccitato. Eri fermo come una seggiola. Perché ero terrorizzato? Ero terrorizzato perché io – io per poter fare sesso e non l’amore – io devo recitare. Dove tu eri vero, io ero recita. E dove io ero vero, tu dov’eri? Plutone? L’altro: sono io l’altro?

Questo è l’altro: è una mattina di agosto. Zagabria. Forse un lunedì. C’è luce quindi mattina, tarda. Siamo persi in uno spaziotempo indeterminato – come hai detto te: “da quando ci siamo conosciuti non abbiamo mai smesso di scopare”. Si, il tempo e lo spazio si muovono tra di noi come quando si scopa. Bacinelle d’acqua continuamente percosse, sassolini che emergono dal fondo e sborrano come bolle in superficie.

Vuoi vedere una torre in un bosco a cui si arriva con una funivia? si voglio vedere una torre in un bosco a cui si arriva con una funivia. Tensione prima domestica poi nell’abitacolo o tu umori o io umori, insomma sempre umori. Umori amori umori amori sempre frizione, e quando penso a frizione penso a quando mi si secca l’asta perché sfrega contro il cotone Perofil dei boxer. Frizione sì eterna frizione mai pace. Non abbiamo mai avuto quattro testicoli, ne abbiamo avuti otto, sessantaquattro, duecentocinquantasei. Occhi come testicoli, retine come vasi spermatici, seme in produzione a ogni sguardo. Logorante.

Ho il cazzo girato ovvero non sei sessuale verso di me. Probabilmente lo sei stato la sera prima probabilmente abbiamo litigato ma io adesso proprio adesso io io io solo io io sempre io io io voglio il tuo amore e quindi mi convinco che questa volta si proprio questa volta tu esploderai con il cuore le labbra gli occhi suoneranno le trombe si spalancherà il sipario e anelli e vestiti e danze cerimoniali e tu tu tu la tua bellezza tu farai uscire dalla tua bocca chiusa e viziosa come una gemma di fiori quelle frasi d’amore che faranno da custodia al mio cuore per il resto dei suoi giorni. Ed io avrò: pace.

Parcheggiamo. Biglietti per la funivia. Silenzio e distanza nella cabina. Litigio. Due tre minuti massimo mi alzo e tiro un calcio al panchetto della cabina come farebbe uno scimpanzè: “se devo stare seduto qui con un estraneo che non ha il minimo piacere di condividere questo momento con me allora tieniti tu questo cazzo di biglietto e la tua cazzo di funivia”. Punto esclamativo punto esclamativo punto esclamativo. Tu zitto, basico, sdegnato, in shock.

Ti piacciono le buone maniere. “Ti lascio”. Ok, mi lasci.

Siamo in cima al bosco, lasciati. Non so dove sono ora prendo questa montagna in discesa e arrivo dove arrivo sono cazzi miei addio. Fingi di esser preoccupato. Io non lo sono per niente. Ciò che più amo della mia disperazione è la lucidità: sopravvivo meglio quando sono disperato. Io sono amore puro, tu lo sai. Lo sai ma lo odi. Allora vuoi sederti, e vuoi parlare. Parliamo.

Non c’è niente da dirsi. No invece: beviamo una coca cola e mangiamo qualcosa. Hai fame hai sempre fame. Ora facciamo un commercial da terapia di coppia e diciamoci parole che sono premurose e speranzose. Non lo farò più. Quando fai così io sento cosà. Ma non parliamo della frizione, non parliamone. La frizione non si parla, si consuma.

Sono passate due ore. Io ho pianto tu? Siamo in cima non ho detto non ho scritto che la torre è in manutenzione straordinaria quindi non si può salire in cima in cima la vera cima. Si può scendere giù, tornare. Scusa ho bisogno del bagno.

Per entrare nel bagno dell’impianto di risalita cioè di ridiscesa si scendono due rampe di scale. È tutto buio. È tutto pulito. Tu dici (dopo): “questa impresa pubblica è stata realizzata con soldi di riciclaggio, è appena rinnovato l’intero impianto”. Il bagno freddissimo e immacolato. Non c’è nessuno. Ti guardo, capisci.

Entro nello stall. Per primo. Mi tiro giù i pantaloni ti prendo la testa e la sbatto alla parete. Voglio spingerti forte fino a sentire amore. Voglio che ti togli i pantaloni anche tu perché se tu non vieni io non vengo. Non è vero ma è vero. Ti guardo dall’alto ma non riesco a guardarti tutto perché il grigio antracite delle piastrelle dello stall è freddo ed è liscio ed è qualcosa che voglio leccare ma che non lecco.

Metto una mano tra la tua nuca e le piastrelle. Non so perché lo faccio. Perché tu non senta male? Ho sempre avuto una vaga sensazione che qualcosa in te vada in cortocircuito elettrico se ti arrendi completamente. Non te l’ho mai detto. Metto la mano tengo la mano. Non voglio tenere la mano. Spingo, spingo come un esercito di formiche. Guardo le fughe delle piastrelle immagino formiche, un’orda di formiche da Plutone che invadono questo stall cioè questo cesso di questa funivia di questa città di questo cesso di città di questo cesso di funivia di questo attimo indimenticabile eterno formiche formiche formiche formiche io non posso sbattere la tua nuca contro le piastrelle quindi sbatto la mia fronte fino a farmi male fino a sentire osso su osso osso su osso ritmo ritmo ritmo farcitura di formiche frittura di formiche vengo vieni vengo vieni vengo vieni vengo vieni. Guardo il seme. Il mio non mi interessa. È dentro. Guardo il tuo per terra sulle piastrelle pulite. Antracite. Quando vieni è come se io – io che sono l’altro – io stia finalmente, felicemente, nascendo.

Ci ricomponiamo. Nell’arco di due tre quattro secondi entrano un padre con un bambino a lavarsi le mani. Aspettiamo che lascino la stanza del bagno e usciamo dallo stall: dal cesso, dai. Ci laviamo le mani. Non ci baciamo. Neanche una parola. Formiche ovunque nessuna formica. Ti amo. Non abbiamo mai fatto l’amore. Ti amo. Non abbiamo mai fatto l’amore. Ti amo.

  • Te l’ho data

    Te l’ho data

  • Bianca, come una mosca

    Bianca, come una mosca

  • Cessica

    Cessica

  • Bramire

    Bramire

  • Bzzz

    Bzzz

  • Invisibile, ovunque

    Invisibile, ovunque